mercoledì 5 dicembre 2012

Quello che rimane (Paula Fox)

"Tutto può essere lo spunto per un libro, per cui attenti a diventare amici di uno scrittore, potreste ritrovarvi in un romanzo".

Incipit mainstream: questa frase l'ha pronunciata la nonna di Courtney Love. La nonna biologica per la precisione, perché Paula Fox diede in adozione la sua prima figlia, avuta da adolescente, che a sua volta diede alla luce colei che per alcuni è la leader delle Hole e per altri la vedova di Kurt Cobain. Paula Fox è ancora viva (ha quasi 90 anni), chissà se si sono mai incontrate.

Comunque sia, siamo qui per parlare del suo romanzo, Quello che rimane.I protagonisti si chiamano Sophie e Otto Bentwood. Una coppia americana medio-borghese, quarantenni senza figli e affermati sul lavoro, con la casa negli Hamptons e tutto il resto, conservatori fino al midollo in piena fine anni Sessanta. Una sera, mentre lei offre del cibo a un gatto randagio che ogni tanto viene alla loro porta, viene morsa e graffiata. Per giorni non si fa visitare, ma monitora ossessivamente colore, gonfiore e dolore della sua mano ferita: un episodio da nulla che scuote la rigidità con cui hanno sempre vissuto.

Sophie dà quindi libero sfogo a un anticonformismo che per lei è il massimo possibile, ma che per chi legge suona sempre e comunque conformista: bere whisky alle sei del mattino da sola nella propria cucina; uscire di nascosto, in piena notte, con l'ex collega del marito solo per capire le ragioni che lo hanno portato a sciogliere la società; insultare al telefono una delle sue più care amiche; restare pietrificata nel letto mentre il marito fa l'amore con lei, riservandogli solo un "Oh... bene" quando tutto è finito; e così via.

Leggendo alcune recensioni online ho scoperto che molte persone hanno definito questo romanzo "vuoto e noioso". Posso capire la premessa, la storia è densa di metafore e punti oscuri, e (spoiler) chi si aspetta un lieto fine in cui i protagonisti ritrovano se stessi rimarrà deluso. Proprio come la vita, no?

Il libro edito da Fazi è arricchito dalla revisione di Jonathan Franzen, che nella prefazione ha scritto: "E siccome in quello dei Bentwood avevo riconosciuto il mio stesso, travagliato, matrimonio, e siccome il romanzo mi era sembrato suggerire che la paura del dolore è molto più distruttiva del dolore stesso, e siccome volevo tantissimo crederci, lo rilessi quasi subito. Speravo che, a una seconda lettura, il libro potesse in realtà spiegarmi come vivere. Non è successo" (la versione integrale è su Repubblica).

ps. per chi è di Genova: martedì 11 e martedì 18 dicembre Quello che rimane è il tema del gruppo di lettura di Officina Letteraria, se ne parlerà con Claudia Priano.

2 commenti:

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

"la paura del dolore è molto più distruttiva del dolore stesso"...questa te la rubo. Anzi la rubo a Jonathan Franzen ;)

Marta Traverso ha detto...

Ruba, ruba :)