giovedì 29 marzo 2012

Officina letteraria #8 e racconto


(questo, riveduto e corretto)

L'uomo senza musica

Uno – La ragazza del caffè

Sono le undici e quarantacinque. Tra pochi minuti Bernie inizierà la quotidiana operazione frittura, che trasformerà la cucina in un tripudio di olio esausto e pancetta, e la sottoscritta in una fabbrica di odori impronunciabili. Mancano due ore alla fine del mio turno e ho servito duecentosessantacinque caffè: se arrivo a trecento concluderò la mattinata battendo ogni record personale.

Ho una cosa da fare, nel pomeriggio. La figlia dell'uomo senza musica mi ha chiesto di andare nella pasticceria qui di fronte e ordinare una grande torta con il cioccolato e la glassa, da decorare con la scritta Auguri papà. Lei lavora a Manhattan, non ha tempo. Undici ore al giorno chiusa in quel grattacielo, a guadagnare in un mese quello che io prendo in un anno. Non farei a cambio con lei per nulla al mondo.

La cosa strana è che non so nemmeno il suo nome. L'ho vista una sola volta di persona, una domenica. A un certo punto lui è andato in bagno e lei mi si è avvicinata.
“Scusa, tu lavori qui tutti i giorni?”
“Certo”
“Posso chiederti un favore?”
“Certo”
Mi passa un biglietto di cartoncino giallastro.
“Questo è il mio numero di cellulare. Mi mandi un sms tutti i giorni, quando lui arriva? Voglio essere sicura che sia davvero qui e non chissà dove. Sono così preoccupata per lui, passa tutte le notti in giro con l'apparecchio spento. Se passasse una macchina contromano o cose del genere , non se ne accorgerebbe”.
Annuisco.
“Da quanto tempo è così?”
Lei si volta. Lui ci mette sempre tanto, in bagno. Ci sono le riviste sportive.

“Tre anni. L'infezione gli è venuta mentre mia mamma era già in ospedale. Non ha detto niente a nessuno. Secondo me era già così, quando è morta. Ora gira sempre con l'apparecchio spento, con tutto quello che mi è costato. Gli avrò detto mille volte di venire a stare da me, ma lui niente. Da quando è andato in pensione non ha più voluto saperne di Wtc e cose del genere”.
Faccio sì con la testa. Io non ci vivrei mai, a Wtc e cose del genere.

Così ieri la figlia dell'uomo senza musica mi ha mandato un sms e mi ha chiesto se posso prendergli una torta. “Ti rimborso la prima volta che passò di lì”, mi ha scritto. Fra due giorni è il compleanno dell'uomo senza musica, ecco il perché della torta. Compie gli anni il dodici. Quest'anno il dodici cade di mercoledì, magari la figlia si prende un giorno di ferie. Se deve dare una festa, può farlo solo qui. Lo sa che lui festeggerebbe solo qui.

Due – L'uomo senza musica

Il mio mondo è fatto di immagini e colori. Sono in grado di vedere a occhio nudo particolari che sfuggirebbero a chiunque altro: un'ombra di fuliggine su un colletto di camicia, una foglia caduta su un marciapiede in una strada completamente priva di alberi, la camminata nervosa di mia figlia al di là della finestra del suo ufficio gemello al piano gemello della sua torre gemella. Quest'ultima cosa almeno fino alla pensione, finché ho vissuto anche io a Manhattan.

Sono in grado di camminare da solo in una strada poco illuminata, a notte fonda: la mattina arrivo a casa stanco e non mi sveglio mai prima di mezzogiorno. Quando mia figlia mi manda un sms durante la sua pausa pranzo, io mi sto vestendo per andare a fare colazione al bar.

Scelgo sempre lo stesso, a due passi dal portone. La ragazza del caffè ha le lentiggini e un brillantino al naso sempre intonato al colore della maglietta. Quando sorride porgendomi il caffè lascia sempre intravedere quell'incisivo scheggiato: lo immagino come il nostro piccolo segreto, scommetto che nessun altro se n'è mai accorto.

Oggi però non sorride. Anzi, quando sono entrato ha preso un'aria imbronciata, quasi spenta. Ha abbassato la testa e si è messa a trafficare con una spugnetta gialla. C'è qualcosa di diverso: non ho bisogno di accendere il mio apparecchio per sentire che nessuno sta parlando. Sono tutti con lo sguardo incollato al grosso televisore appeso al muro. Pare che abbia preso fuoco un grattacielo. Solo adesso mi viene in mente che mia figlia non mi ha ancora mandato il solito primo sms della giornata. Mi decido e accendo l'apparecchio.

“Cosa è successo?”, chiedo alla ragazza del caffè.

Tre – Le macerie

Macerie, nome comune di cosa femminile plurale. Indeclinabile. Mai sentita la parola “maceria”. È anche un termine difficile da definire. Tutti sappiamo cosa sono, ma raffigurarle nella mente è un'altra cosa. Domanda a un bambino di disegnare delle macerie e avrai davanti a te solo tante sfumature di fumo e fuoco, con qualche palazzo rotto. Anche qui c'è un palazzo rotto. Anzi due. Ci sono anche il fumo e il fuoco. Due torri alte che per ore hanno danzato nel fumo e nel fuoco, accasciandosi lentamente al ritmo del vento. Plié, pirouette, inchino, giù il sipario. È qui che arrivano le macerie.

Su queste macerie il sole è tramontato e poi è sorto di nuovo. Il tempo va avanti come se non ci fossero macerie. Come se le torri fossero ancora al loro posto, a fare ombra alla strada. Invece a fare ombra è solo la nuvola grigia di fumo.

Le macerie sono un insieme di tutto e di niente. Gli ingredienti sono gli stessi di un posto normale: i muri, i mobili, gli oggetti, le persone. Solo che sono tutti accatastati nel niente. Sono diventati trucioli. Anche i rumori ci sono tutti, ma scontrandosi tra loro generano uno strano silenzio.

Sono senza musica, le macerie. È come se l'apparecchio acustico che regola i suoni del mondo si fosse spento. Una pallina di gomma rosa rotola sul marciapiede. Un bambino biondo corre e quasi la raccoglie, ma una mano di donna lo afferra per il polso e lo trascina via. Uomini con la divisa nera e gialla e uno strano cappello corrono dentro e fuori. Le macerie hanno tante porte d'ingresso. Fuori rimangono le teste piegate in avanti, le mani sugli occhi, la stoffa umida sulle palpebre e sulle guance, la bandierina a stelle e strisce fra le mani, la fuliggine sulle spalle. E poi le telecamere. Sono dappertutto. Persone vestite eleganti e senza fuliggine sulle spalle, che tengono in mano un grosso microfono e parlano. Parlano. Parlano. Guardano in camera. Nessun suono esce dalla loro bocca.

C'è un odore curioso, nell'aria. Le macerie odorano di forno a legna. In questa città nessuno ha il forno a legna. Vanno tutti nei fast food e mangiano hamburger scaldati al microonde o fritti nell'olio. O entrambe le cose. C'è anche odore di olio fritto, nell'aria. Forse qualcuno di loro stava facendo colazione. C'è sempre troppo olio nel cibo, anche a colazione. Quello che manca è l'odore del caffè. Non era ancora l'ora del caffè, quando sono arrivate le macerie.  

[photo credit: 123rf.com]

2 commenti:

noemi ha detto...

questo me l'ero perso: bellissimo!

Marta Traverso ha detto...

Grazie!! :)