martedì 8 maggio 2012

#Librinnovando: self-publishing

Già, Christian Raimo ha ragione da vendere quando su Minima&Moralia dice "da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro de ilmiolibro.it". Già, ha ragione da vendere. Quanti di noi leggono abitualmente libri autopubblicati, dove non c'è il presunto marchio di qualità dell'editore?

Io stessa confesso di essermi avvicinata solo a un autore che ha scelto il self-publishing, Sergio Covelli, e l'ho fatto perché conoscevo di fama l'autore, perché è molto fotogenico e perché l'operazione che ha fatto per promuovere i suoi romanzi mi ha incuriosita. Prima è venuto l'interesse per l'autore, poi quello per la storia che racconta.

Già, ha ragione da vendere. Perché noi lettori abituati all'editore, i self-publisher li guardiamo con occhi torvi, con diffidenza, perché se uno si è autopubblicato vuol dire che nessun editore lo ha voluto, ergo la sua storia fa molto probabilmente schifo, ergo non merita la mia attenzione, ergo il self-publishing è l'appiattimento della letteratura in nome dell'ego degli autori scarsi. Non è più o meno questa la conformazione mentale che tutti noi abbiamo? Il self-publishing come ripiego e non come scelta?

A me piace scrivere racconti. E' un lato di me che tengo nascosto come un parente scomodo, salvo farlo emergere ogni tanto. Se mai decidessi un giorno di pubblicarli, non so se sceglierei il self-publishing. Perché di fatto autopubblicarsi è molto più difficile dell'andare a caccia di un editore: la differenza è più o meno la stessa tra chi sceglie un lavoro dipendente e chi sceglie di mettersi in proprio. Chi fa un lavoro dipendente deve eseguire il suo compitino giornaliero e poco altro, alle incombenze aziendali ci pensa qualcuno che sta più in alto di lui nella scala gerarchica. Chi si mette in proprio ha tutto sulle proprie spalle - la parte creativa, quella burocratica, quella legale e così via - e deve affidarsi a dei fornitori di servizi che lo aiutino a mettere in piedi la sua attività. Che sia un'azienda o che sia un libro.

Ecco, penso che il self-publishing sia una scelta. Un'alternativa. Anche perché - diciamocelo - davvero aver pubblicato con un editore è automaticamente garanzia di qualità?

Però penso anche che il self-publishing sia libera professione e non franchising, altrimenti l'indipendenza dell'autore va a farsi benedire. Ergo, il fatto che grosse case editrici stiano investendo in questo senso ma non nel modo in cui dovrebbero (ossia investendo su professionisti ad alta specializzazione che supportino gli autori) non mi pare molto rassicurante.

Ecco, più o meno la penso così. Per tutto il resto c'è Storify.

4 commenti:

Antonio ha detto...

Sono d'accordo con le tue osservazioni, anche se probabilmente c'è una grande differenza tra il self-publishing "classico" (quello su carta, che pone tutte le problematiche da te giustamente evidenziate e spesso confuso con l'EAP) e quello esclusivamente digitale. In questo secondo caso infatti (ebook, ma in certi casi anche blog) si aprono prospettive fino a qualche anno fa impensabili.
Personalmente ritengo - escludendo a priori che ci siano possibilità di reale guadagno - che il self-publishing digitale possa essere una sorta di laboratorio della scrittura che, con un investimento leggero da ambo le parti (ebook anche a un euro se non addirittura gratis), permetta uno scambio alla pari tra autore e lettori. L'ebook ha la stessa qualità dei software e può essere modificato e ridistribuito con costi vicini allo zero. L'autore potrebbe ad esempio garantire una copia aggiornata dell'ebook a coloro che l'hanno già acquistato, fornendo magari un loro parere su eventuali parti da rivedere o correggere. Insomma, il self-publishing digitale potrebbe rivelarsi uno strumento nuovo, una sorta di terra di mezzo utile anche alle case editrici per individuare opere meritevoli di una pubblicazione vera e propria.
Ma resta quello che giustamente tu evidenziavi: un problema culturale. Il ruolo della casa editrice è infatti anche quello di conferire una sorta di investitura allo scrittore, di renderlo pubblicamente idoneo alla lettura. Una sorta di battesimo. E dico tutto questo con cognizione di causa perché sto sperimentando personalmente il self-publishing digitale. E' impossibile emergere, se non con tecniche che fanno passare l'opera in secondo piano. A me personalmente questo non piace, non mi interessa e sinceramente non credo nemmeno che dia reali risultati. Insomma, c'è il rischio di diventare più famosi per le gag diffuse su YouTube (ovviamente nulla di male in questo, anzi, ma è un'altra cosa) che come scrittori.
E non è nemmeno un problema di costi (99 centesimi), perché l'ebook lo regalo a tutti quelli che conosco e che lo desiderano (a proposito, se vi interessa chiedetemelo), ma su oltre mille distribuiti lo avranno letto si o no trenta persone, e su questa solo una decina hanno poi espresso un parere. Insomma, i potenziali lettori l'ebook autopubblicato non lo vogliono neppure in regalo :) Quello che infatti fa più paura non è sentirsi dire: "il tuo libro fa schifo". No, è proprio la chiusura a priori nei confronti di quello che, come dicevo sopra, potrebbe davvero rappresentare una rivoluzione delle modalità di produzione dei testi letterari.
Scusa se mi sono dilungato troppo, ma l'argomento mi appassiona :)

Marta Traverso ha detto...

Ciao Antonio, anzitutto grazie dell'ottimo approfondimento. Mi permetto solo di fare un appunto: il self-publishing digitale può anche concretizzarsi nello scrivere un "normalissimo" romanzo e pubblicarlo solo in ebook, senza troppi artifici tecnologici :)

Giovanni ha detto...

Sono in perfetto accordo con tutti e due. Addirittura una persona a me vicina ha detto che non si autopubblicherebbe mai per pagare 2000-3000 euro. C'è una conoscenza sull'argomento da fare paura. Confondere l'autopubblicazione con l'editoria a pagamento... :D

Marta Traverso ha detto...

@Giovanni verissimo, questo è un altro dei grossi equivoci sul self-publishing!